Sul “mio” Vietnam e l’essere bellissima
Di essere bellissima l’ho sempre saputo e ignorato al contempo. Ciclicamente lo riscoprivo e altrettanto ciclicamente me ne dimenticavo. Fino all’episodio successivo, in cui un improbabile specchio metaforico mi restituiva un’immagine non deformata di me. Gli specchi che ho incontrato nella mia vita hanno avuto forme e manifestazioni bizzarre, quasi a suggerirmi che la presa di coscienza della bellezza ha più valore se accompagnata da una sonora risata e da una dose massiccia di ironia.
Ho dato dei nomi ai miei specchi, perché di fatto non credo che siano mai dei meri riflessi, quanto corpi viventi che originano riflessioni. Tra tutti, quello che mi diverte più ricordare è lo specchio delle minoranze vietnamite.
Mi trovavo al confine tra Vietnam e Cina, in una zona allora proibita al turismo. Facevo parte di una missione di ricerca antropologica, un survey per capire la dislocazione e l’articolazione dei vari gruppi minoritari dell’area. Tra gli altri partecipanti alla missione c’era una mia amica, una tra le migliori, che definire bella è dir poco. Una sorta di Uma Turman italiana. Oltretutto intelligente, simpatica, dolce… insomma impossibile non amarla. Eppure anche lei, che qualunque immagine stereotipa avrebbe preso a modello, dimenticava e dimentica spesso di essere bella. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, lei altabiondaocchiazzurri, io piccola e scura di occhi e capelli, con pelle bianchissima al limite della trasparenza. In qualunque contesto italico, la mia figura vicino a lei è come quella di un’ombra quantomeno non fastidiosa. Arriviamo, tra mille peripezie, in quel di Meo Vac, accolti da gruppi di minoranze che non avevano mai visto un occidentale, o perlomeno non ne vedevano a cadenza decennale. Scesi dalla macchina, ci circondano incuriositi, un po’ timorosi e un po’ sulla difensiva. Iniziamo ad interagire con simpatia, cercando di ovviare alla solita diffidenza per l’estraneo da cui quasi nessuna cultura è ahimè immune.
Io e la mia amica cerchiamo di familiarizzare con le donne e con i bambini… e qui la sorprendente manifestazione dello specchio. I bambini, che ovunque vedono nella mia amica una madonna – non la cantante… oppure sì, anche la cantante – rediviva, scappano inorriditi, mentre le donne mi si avvicinano adoranti, accarezzandomi pelle e capelli. Vincendo lo stupore mi guardo in giro, e scopro sguardi lascivi da parte degli uomini.
Per farla breve, realizziamo concretamente ciò che sapevamo solo nei testi, quindi vagamente: che l’aspetto della mia amica era quello tradizionalmente associato ai demoni, quindi ritenuto mostruoso, mentre la mia pelle bianca, per l’occidente necessitante di lampade o cospicui periodi di esposizione ustionante al sole, era manifestazione di incomparabile bellezza, così come i miei occhi scuri, grandi e tondi, e i miei capelli lisci e castani. Insomma, per loro ero una specie di divinità incarnata. Una gran gnocca, per dirla alla romana.
La realizzazzione della relatività di ogni criterio estetico è stata salutata da parte nostra con una fragorosa risata. E da un lungo, tenero, complice abbraccio con la mia amica.
Scritto originariamente su: iosonobellissima.it




