Myanmar – 8.8.88
L’otto agosto del 1988 (8-8-1988) è una data storica per tutti quei birmani che hanno lottato per affermare i principi democartici e di libertà nell’ex-Birmania. Una giornata che ha segnato vita e morte per migliaia di persone. Nel 2008, mentre il mondo guardava con ammirazione l’apertura dei giochi olimpici di Pechino, io ero a Rangoon, per raccontare e descrivere le emozioni di una città che, nel ventesimo anniversario da quelle proteste, ha voluto commemorare quel giorno e il movimento studentesco che lo ha partorito. Vi riproponiamo, dunque, il breve reportage che descrive quei giorni ormai apparentemente lontani.
Rangoon, ormai ex capitale di Myanmar, dopo la decisione da parte delle autorita’, presa nel novembre del 2005, di trasferire la sede amministrativa e gli uffici governativi nell’isolata Naypyidaw (Sede dei Re). Appena si atterra all’aeroporto, non si puo’ fare a meno di notare cinque grandi elicotteri ‘targati’ Un – Wfp (United Nations – World Food Programme), fermi sulla pista di atterraggio.
La città porta ancora le ferite e i segni del passaggio del ciclone Nargis, che tra il 2 e il 3 maggio scorso, ha devastato la zona del delta dell’Irrawaddy, il fiume che, da nord a sud, taglia in due l’ex-Birmania. Quello che maggiormente impressiona dell’ex-capitale è l’assenza di grandi arbusti che solo alcuni mesi primi ombreggiavano i grandi viali coloniali della città.
“Sono rimasti gli alberi più piccoli e palme da cocco”, come racconta un ‘taxi driver’. Qui, a differenza di altre metropoli asiatiche, non ci sono veicoli a due ruote o tuk tuk, se non biciclette. La scelta delle autorità municipali costringe, quindi, i turisti, pochi al momento, a muoversi via taxi, visto che le centinaia di bus che collegano i 29 municipi cittadini ‘parlano’ solo la ‘Myanmar language’.
Le timide, ma continue precipitazioni di questi giorni ricordano che siamo nel pieno della stagione monsonica. Superata la University Avenue Road, dove da oltre cinque anni vive agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, ci si trova di fronte la Shwedagon Pagoda: il maggior luogo di culto buddista dell’intero Paese. Mentre i primi raggi di sole esaltano i colori della ‘Dagon dorata’ (Shwe significa oro, mentre Dagon è il vecchio nome dell’attuale Yangon), neanche il tempo di pensare e ci si trova immersi nella frenetica Downtown, a pochi metri dal fiume Yangon e sul grande viale che si dirige verso la Sule Pagoda dove, nel settembre scorso, i monaci buddisti decisero di protestare al canto di “amore e compassione”.
Oggi, otto agosto 2008, mentre le luci dei media illuminano Beijing e la fantastica opera architettonica a ‘nido di uccello’, il buio è calato su Rangoon. Non più luce, ma rassegnazione su questo Paese che, in pochi mesi, ha visto prima i propri monaci e ragazzi cadere a terra e, poi, i propri contadini e pescatori inghiottiti dall’acqua.
Oggi, otto agosto 2008, gli studenti di allora ricordano con orgoglio i venti anni da quel grande movimento di protesta nato nelle Università e cresciuto nelle strade del Paese intero. “Al grido di libertà e democrazia, studenti, operai, donne, monaci sfidarono il governo militare con coraggio e forza, convinti di poter cambiare il proprio futuro”, racconta un commosso attivista di allora. Le speranze e i sogni di oltre tremila persone, però, si infransero contro i colpi degli AK – 47 dell’esercito birmano.
Oggi, otto agosto 2008, sembra essere una giornata come le altre in questa particolare metropoli asiatica, se non fosse per il gran numero di poliziotti e soldati scesi in strada per paura di manifestazioni non annunciate.
Bamar, indiani, pachistani, cinesi, arakan, karen, shan: oltre sei milioni di persone, condividono spazi comuni nella città che l’ultima generazione di generali ha rinominato Yangon nel 1989. Strade e marciapiedi dove si opera, lavora, commercia e dove, soprattutto, si sopravvive. Strade e marciapiedi dove si svolge la vita quotidiana e notturna per le migliaia di famiglie e bambini senza tetto. Tutti, però, liberi di professare il proprio culto. Chiese cattoliche, cristiane e battiste, templi indù, sick e moschee si confondono qui, nel ‘Paese dorato’ dalle mille pagode.
